Camere oscure

Ernesto Aloia

76 pagine che potrebbero essere 760. Dono della sintesi? No, letteratura.
Leggere Camere oscure di Ernesto Aloia è come ricevere in dono un secrétaire del Settecento, pieno di cassetti nascosti, modanature che celano nascondigli, ripiani con doppiofondo dove custodire segreti.

La scena, se così si può dire, si svolge nella casa di famiglia in quel di Castagneto, una costruzione massiccia con la quale il lettore instaura da subito un sentimento ambiguo, di attrazione mista a timore. Le serrature funzionano al contrario ed entrare appare un po’ come un procedere a ritroso nel tempo. Poi no, indietro non si torna: forse la dimensione spaziale a cui ci dobbiamo accordare in questa lettura non è in lunghezza ma la profondità.

Del resto, se anche il sognatore delle notti bianche dostoevskiane parlava con le case, perché mai non dovrebbe farlo anche Aloia?
Fin dalle primissime pagine è tutto un moltiplicarsi di agganci – o minuscoli cassetti che si aprono – come quello in cui Bachelard, il filosofo dello spazio felice, ci ricorda come la casa sia uno dei più potenti elementi di integrazione per i pensieri, i ricordi e i sogni dell’uomo.

Entriamoci, dunque, in questa casa di pietra. Massiccia, solida, uscita praticamente indenne anche dagli sfregi della guerra. Dal 1930 le sue camere hanno custodito sguardi, sussurri, parole e pensieri.
Alcune volte le persiane, chiuse alla bisogna, hanno saputo celare le debolezze dell’anima, altre volte le pareti hanno saputo accogliere con piètas certe morti temporanee.
La terra del giardino circostante ha saputo nascondere i semi d’odio di un’infanzia delusa, per poi rigurgitare un fango salvifico capace di far mostrare altre realtà.

Le frasi costruite da Aloia sono un viaggio. Tutto in una casa, eppure universale; un continuo caleidoscopio di stupore e bellezza. Per continuare mi appello ai sensi, dunque, perché certi libri sono così. Non bastano gli occhi per poterli leggere.

Vista
Lo sguardo ha sempre il potere di forgiare una realtà. La medesima casa, che per alcuni è luogo che risuona di vite passate, diventa agli occhi di altri una semplice componente del paesaggio. Diversi gli sguardi, divergenti i sentimenti.

Udito
Il vento, gli scricchiolii, l’acqua che scorre. Il cotto che risuona cupo sotto i piedi. Le case parlano, sopravvivono nonostante noi. Contengono i nostri pianti, le parole, i bisbigli come farebbe l’abbraccio di una madre affettuosa. Cedono all’improvviso se non le ascoltiamo più.

Tatto
I caratteristici ciottoli a forma di pagnotta che il Santerno ha rotolato, modellato, levigato; le scale che si salgono affrancando la paura al corrimano di ferro, le ghirlande di ghisa dei cancelli, l’intonaco tastato con la mano alla ricerca dell’umido. Certe case si riconoscono anche a occhi chiusi, così come alcune persone.

Olfatto
La polvere delle case ha il potere di portarci istantaneamente in un preciso punto dello spazio e del tempo. Il Profumo di cantina con la legna fresca, la segatura sulla quale sedersi ad aspettare che passi la bufera e si possa riemergere, risalire le scale e sentire altri profumi.

Gusto
Il sapore dell’attesa, quello del dolore, quello della sconfitta. Quello così amaro del nero fiele citato nell’incipit che – nonostante tutto – si addolcisce una volta chiusa l’ultima pagina perché è questo lo scherzo che fanno certe volte i ricordi. Veri o falsi che siano.

Grazie a Rino, Adriano, Roberta, Maria, al Dott. Mandrilli, a Olga e Renato che forse molti di noi potrebbero aver incontrato.

Libri nel libro. Gli omaggi ad altri artisti in questo piccolo libro sono moltissimi. Ad ognuno ci si ferma un istante. Si annota, si considera, si ricorda. Si gode di un mondo, quello artistico, ricchissimo di sfumature capaci di trasformare poche pagine in qualcosa di potenzialmente infinito. F.S.Fitzegarld, Kafka, Omero, Bianciardi, King, Miller, Poe, Manet e sicuramente molti molti altri.

Ernesto Aloia
Camere oscure
Hopefulmonster, 2024

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Roberta Frugoni
Roberta Frugoni
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