Shirley Jackson è una di quelle scrittrici che non ti aspetti. Aveva gli occhiali da gatta, anni 50. Aveva una famiglia, dei figli e pubblicava articoli di economia domestica e i ritratti di vita famigliare su riviste femminili.
Era sposata al critico letterario Stanley Edgar Hyman, professore al Bennigton College. Eppure parlava con gli oggetti.

Il primo maggio del 1947 all’incrocio con la 33esima strada un capannello di gente si stringeva attorno alla limousine di un funzionario delle Nazioni Unite.Sul tetto dell’auto, incurvato come una culla metallica, c’era il corpo di Evelyn McHale che poco prima era salita all’ottantaseiesimo piano dell’Empire State Building, aveva appoggiato con grazia il soprabito alla balaustra, aveva scavalcato il parapetto e si era gettata nel vuoto.
Il suicidio più bello. Con queste parole è conosciuta la morte di Evelyn, contabile ventitreenne la cui foto pubblicata su Life Magazine del 2 maggio ha fatto il giro del mondo ed è diventata iconica. È la foto di una bella addormentata, non di una suicida.

Ho comperato questo libro tempo fa e l’ho tenuto sul comodino per un bel po’.
Ammiravo la copertina – bellissima – e lo tenevo in vista, come fosse un oggetto d’arredo.
Ho aspettato e aspettato ancora, perché sapevo che sarebbe stata una mazzata.
L’autore di questo libro, tradotto per la prima volta in italia da Keller, è morto nel 1938 a soli a 29 anni di tubercolosi spinale, una malattia oggi rara (conosciuta come morbo di Pott) ma molto diffusa in passato.
Max Blecher narra di sé raccontando di Emanuel.
Lui che come il protagonista del libro si trovò improvvisamente a vivere da uomo orizzontale, costretto in un corsetto di gesso e perennemente sdraiato nelle sua barella doccia, una specie di bara per vivi che accoglieva i malati in modo che le vertebre non si sbriciolassero prima del tempo.
Lui che come Emanuel trova e ritrova in questa sua seconda vita emozioni complesse come quelle dell’amore, dell’amicizia, della compassione. Ma anche rabbia, noia, e cattiveria.

Diciamolo subito: questo libro ha vinto tre e dico tre fra i più prestigiosi premi italiani riservati alle raccolte di racconti. Quindi non starò a dirvi quanto sia scritto bene e quanto l’autore si sia davvero meritato questi riconoscimenti perché, è evidente, ci sono persone molto più titolate di me che lo hanno già fatto. Quindi come fare a raccontare un libro così? Intanto dicendo che i racconti sono quattro, due brevi e due lunghi, una pacchia per chi ama il genere. Poi invitando alla lettura tutti quelli che “io i racconti non li leggo perché non mi danno soddisfazione”. Leggete e poi ne riparliamo.

2 novembre. Ognuno ha i suoi morti da ricordare. Alcuni però, grazie alla loro arte, sono nel ricordo di tutti. I poeti e gli scrittori, per esempio.
È di loro che racconta Cees Nooteboom, poeta olandese, che ha raccolto in questo libro trent’anni di viaggi durante i quali ha visitato le tombe degli scrittori, filosofi e poeti che lo hanno accompagnato per tutta la vita.
“Perché si va sulla tomba di una persona che non si è mai conosciuta?