Di luce e di ombre
Arpino spariglia le carte. Ancora una volta affascina, stordisce e sorprende. Io che a Torino ci vado solo in veste di turista, se chiudo gli occhi me la immagino sempre vestita d’inverno. Grigia e austera, una città in bianco e nero.
In un’anima persa, invece, la stagione è l’estate più cocente e assolata, quella che taglia le enormi piazze di questa città con lame di luce in perfetta contrapposizione alla fresca ombra dei portici.
La vicenda, narrata dalla voce del diciassettenne Tino, si svolge nell’arco di pochi giorni. Eppure, come spesso accade quando si sguscia via dai giorni dell’adolescenza per entrare nel mondo adulto, il tempo si allunga, si dilatata, si trascina faticosamente nella polvere di quella strana casa.
Arrivato dal collegio per sostenere gli esami di maturità, Tino è ospite degli zii, una coppia di mezza età della borghesia torinese.
La disgregazione della borghesia
Questa fetta di società raccontata da Arpino non è solo un’etichetta, ma un vero e proprio universo. Non si vede l’ombra di un operaio in questa Torino, in compenso c’è tutta l’untuosa ossequiosità per la figura dell’ingegnere, quel Serafino Calandra tanto stimato per la una posizione di tutto riguardo all’azienda del gas, tanto rispettato per la sua mente eccelsa, tanto ammirato per la sua eleganza.
Accanto a lui, in una casa che è un dedalo di stanze e stanzette, corridoi e porte chiuse, si muove la moglie Galla, una madama ingioiellata e un po’ fuori dal tempo che, insieme alla domestica, trascorre le giornate con il solo scopo di esaudire ogni capriccio e desiderio dell’ingegnere.
L’ingegnere chiede, l’ingegnere comanda.
In questa casa soffocante Tino osserva, pensa, cresce. Tino si agita quando, dalla stanzetta chiusa a chiave in cima alla torretta, sente muoversi qualcosa. Qualcuno?
Ma certo, è il fratello gemello dell’ingegnere, da anni in isolamento a causa della sua malattia. Di lui nulla si sa e nulla si vede. Tutto si rispetta.
Nell’omertà borghese che non ammette luci Tino osserva, e dubita. E cresce. Chi sia l’anima persa è tutto da scoprire in questo romanzo breve, teso come una corda e impietoso come la luce che entra, all’improvviso, in una stanza del cuore tenuta chiusa troppo a lungo.
Pubblicato per la prima volta da Mondadori nel 1966, da questo romanzo Dino Risi ne trasse un film con Vittorio Gassman nel 1977.
Un frammento
[…] la città è diversa da un collegio o da un paese, dove l’odore di morte ti sta addosso e ti perseguita proprio perché sai sempre tutto di tutti e ogni più piccolo guaio, ogni discordanza familiare o intestinale ti coinvolgono, ti fanno sentire i patemi e i sudori della futura vittima che c’è in te. Mi dicevo: la città ti distrae dagli altri perché lascia circolare soltanto i sani e nasconde malati e sporcizia e disastri come certi animali sotterrano accuratamente i loro escrementi.

Giovanni Arpino
Un’anima persa