Diciamolo subito: questo libro ha vinto tre e dico tre fra i più prestigiosi premi italiani riservati alle raccolte di racconti. Quindi non starò a dirvi quanto sia scritto bene e quanto l’autore si sia davvero meritato questi riconoscimenti perché, è evidente, ci sono persone molto più titolate di me che lo hanno già fatto. Quindi come fare a raccontare un libro così? Intanto dicendo che i racconti sono quattro, due brevi e due lunghi, una pacchia per chi ama il genere. Poi invitando alla lettura tutti quelli che “io i racconti non li leggo perché non mi danno soddisfazione”. Leggete e poi ne riparliamo.

Il 14 dicembre di 96 anni fa nasceva a Grosseto il bibliotecario più figo della letteratura italiana. Luciano Bianciardi, quello che, dopo gli studi classici, dopo i corsi di violoncello, dopo la laurea in filosofia, nel 1944 si aggregherà a un reparto di soldati inglesi in qualità d’interprete. Quello che, nel giugno del 1954, lascerà la biblioteca ed emigrerà a Milano per lavorare come redattore della casa editrice che stava facendo nascere Giangiacomo Feltrinelli. Bianciardi ci regalerà libri strepitosi, come Il lavoro culturale dl 1957 e La vita agra del 1962, i due libri che lo porteranno alla notorietà. E poi ancora Viaggio in Barberia, Breve storia dei Mille, l’antologia per la scuola media: Pagine e idee e molti altri.

Oggi vi porto in gioielleria. Una gioielleria un po’ fantastica, però. Fatta di labirinti, stanze segrete e sale comunicanti. La fotografia che accompagna il post racconta già tutto e solo a leggere i titoli uno dovrebbe entrare e comprare sulla fiducia, oppure iniziare a leggere e poi guardarsi allo specchio, notando il sorriso che gli si allarga in viso man mano che scopre la bellezza di queste pagine.
Stramonio di Ugo Riccarelli è una gemma, piccola, preziosa e caleidoscopica. Ha i mille riflessi di un opale nero.

«Ho deciso da un poco di appuntare sull’agenda la vita che faccio. E mi piace riempire fogli con sopra il numero del giorno: non ho tutto lo spazio e tutto il tempo, quindi è giusta una carta che contando me lo ricorda».
La storia è minima, scarna, se così si può dire. Rosa Sirace, laureata a Perugia, torna a vivere dopo gli studi al suo paese natio, in calabria. Ci torna da disoccupata, da giovane donna e da probabile fidanzata di ragazzi che infine le preferiscono altre. Se questo è un romanzo d’amore, lo è per l’attaccamento alla propria terra, a una famiglia in cui il padre operaio diventa per lei il Visconte di Verolea e la madre Nicca Fiori, “importata” dalla sardegna, la Baronessa di Babbumannu.

Per raccontare di questo libro la devo prendere un po’ larga.
Perché i Quaderni di Luisa T. arrivano diretti da un luogo magico, il Piccolo Museo del Diario. A Pieve Santo Stefano, in toscana, trentaquattro anni fa Saverio Tutino decise di fondare un archivio in cui raccogliere le moltissime testimonianze scritte delle persone comuni.

Sono una curiosa. Volevo capire perché questo libro che riempie le vetrine ed è sulla bocca di tutti sta riscuotendo così successo.
L’ho terminato oggi e un’idea me la sono fatta.
Il libro si legge velocemente, è scorrevole e leggero nonostante l’argomento certamente non lo sia.
E questo lo considero comunque un punto a favore.
La Postorino ci racconta la storia delle assaggiatrici di Hitler, un gruppo di dieci donne che nell’autunno del ’43 vengono assoldate per mangiare tre volte al giorno i pasti destinati al Führer.

Questo è un libro di confini. Dove c’è un dentro e un fuori. Dove c’è un’immobilità fisica e di pensiero. Dove la paura paralizza e spinge a un rifiuto di qualsiasi azione di salvezza.
Sembra però anche un quadro di Bruegel, perché la storia è intinta in una pece nera, che sa di medioevo del pensiero, di ipocrisie squisitamente umane, di tragicomico destino che gli abitanti in qualche modo scelgono di abbracciare.

Pier Vittorio Tondelli lo chiamava «lo scrittore più sottovalutato d’Italia».
Il marchigiano Severini.
Schivo, colto, misurato. Poche interviste, pochissime apparizioni.
A dimostrazione che si può essere grandi anche senza stare sulla ribalta.
In Dilettanti si percorrono cinquant’anni di vita italiana, di provincia.
E questo non è un particolare da poco.
La provincia di Severini ha i contorni di un vero e proprio personaggio in questo libro: oltre a Sergio, Giancarlo, Giulio, Vincenzo, Giovanna e Marcello c’è l’aria ferma della provincia che marca la sua presenza in modo forte, forse decisivo per coloro che in queste pagine si muovono come dilettanti della vita.

Di quante etichette, di quante caselle abbiamo bisogno per sentirci meno insicuri?
In queste duecento pagine Alexandre ce le scompiglia tutte quelle caselle.
Perché ha la pelle scura ma parla dialetto.
Perché di fronte a una famiglia biologica che lo reclama come bravo musulmano lui dice no, anche se poi di fronte al resto del mondo di mangiare maiale non se ne parla proprio.
Perché lui sui divani arabi che arredano case svizzere non si trova a suo agio. Perché “essere” di chi ti cresce non è sempre semplice.
Eppure chi ti guarda le vede chiare le tue radici. Oppure no?

Così come la neve del libro, ho atteso che si sciogliesse il grumo di emozioni che queste pagine mi hanno lasciato.
Inizio da quella che ho inteso come un rito di iniziazione: la descrizione- nelle prime pagine – dell’assenza di igiene di Adelmo mi ha procurato quasi un conato di vomito. L’ho presa così: se riesci a superare questo, ti dò il permesso di inoltrarti nel sentiero e di leggere il resto del libro! Così è stato, per fortuna.
È un libro talmente denso di chiavi di lettura che fatico a sceglierne una, così mi affido ai cinque sensi.