Una gran nebbia: bianca, opaca e densa. La provincia italiana del ravennate. Campi rigati di nero dall’aratro. È malaria. Anzi, mal’aria.
Baldini intinge la sua penna nell’inchiostro nero del fascismo per raccontare un vicenda che sfugge alle comuni etichette di genere. Ricalcando il titolo di una sua raccolta di racconti qualcuno lo ha definito “gotico rurale”.

Venti racconti brevissimi (da qui il XX del titolo?) che sembrano incisi col bulino. Non c’è spazio per i dialoghi, non c’è spazio per le sbavature e per le descrizioni troppo lunghe.Venti fotografie che ci troviamo fra le mani come ricordi trovati in una vecchia scatola.Immagini ipnotiche che non vengono ingentilita da alcun filtro. Alla fine di ogni racconto si tira un sospiro di sollievo, si deglutisce e si chiude un attimo gli occhi.

Fu presso le Fondamenta delle Zattere allo Spirito Santo (nel sestiere di Dorsoduro) che nel 1517 San Gaetano da Thiene fondò l’Ospedale degli Incurabili.In quella che è oggi sede dell’Accademia di Belle Arti si dava accoglienza a uomini e donne affetti da quello che veniva allora chiamato “il mal francese”, la sifilide.Iosif Brodskij scrive questo saggio nel 1989, su commissione del Consorzio Venezia Nuova per un’edizione fuori commercio che venne data alle stampe solo nel 1991, per i tipi di Adelphi.

Leggo Riccarelli e mi chiedo cosa ci sia in questo autore che mi affascina. Mi fermo un attimo a pensare e capisco che la bravura sta nel farti affezionare ai personaggi che popolano le sue pagine. Così è stato per Paolino e il signor Lupo di Stramonio.
Così è per Signorina, la signora Mei, l’Ada e l’Armida de L’amore graffia il mondo.Del resto, quando una bambina viene battezzata dal padre ferroviere Signorina, come la locomotiva a vapore 640 e quando quella bambina riccia ha come amica e confidente un’oca di nome Armida come fai, dico io, come fai a non affezionarti?

Voglio scriverlo di getto questo commento, così come velocemente ho letto il libro. 196 pagine che mi hanno presa, stritolata e risputata sulla riva a fare i conti con i miei ricordi. Al netto delle ultime righe che avrei voluto leggere diverse (ma io con i finali ci litigo spesso) questo è forse uno dei libri più belli che abbia letto ultimamente. La trama: una figlia trentaseienne ritorna a Messina per aiutare la madre nei lavori di ristrutturazione della casa di famiglia. Il padre è uscito dalle loro vite molti anni prima. Non è morto, è semplicemente andato via da un giorno all’altro, senza lasciare tracce.L’assenza potrebbe essere il tema. Se non fosse che la casa da ristrutturare ha il tetto sfondato. Il tetto. Quella cosa che ti protegge, che ti ripara, che simbolicamente “è” casa. Assenza di cosa, quindi?

Bella era bella, morta era morta. Perché nessuno chiama aiuto? Perché nessuno va alla polizia? Attenzione spoiler! Scherzo! non ancora. Posso ancora dire che ognuno di questi personaggi (delineati con grande bravura dall’autrice) ha dei ripensamenti. Sanno, in cuor loro, che non possono far finta di nulla, che quel cadavere potrebbe essere ancora lì, che loro sarebbero ancora in tempo per poter denunciare il cadavere. Ma…Stop. Di più non si può dire.

Il primo maggio del 1947 all’incrocio con la 33esima strada un capannello di gente si stringeva attorno alla limousine di un funzionario delle Nazioni Unite.Sul tetto dell’auto, incurvato come una culla metallica, c’era il corpo di Evelyn McHale che poco prima era salita all’ottantaseiesimo piano dell’Empire State Building, aveva appoggiato con grazia il soprabito alla balaustra, aveva scavalcato il parapetto e si era gettata nel vuoto.
Il suicidio più bello. Con queste parole è conosciuta la morte di Evelyn, contabile ventitreenne la cui foto pubblicata su Life Magazine del 2 maggio ha fatto il giro del mondo ed è diventata iconica. È la foto di una bella addormentata, non di una suicida.

Diciamolo subito: questo libro ha vinto tre e dico tre fra i più prestigiosi premi italiani riservati alle raccolte di racconti. Quindi non starò a dirvi quanto sia scritto bene e quanto l’autore si sia davvero meritato questi riconoscimenti perché, è evidente, ci sono persone molto più titolate di me che lo hanno già fatto. Quindi come fare a raccontare un libro così? Intanto dicendo che i racconti sono quattro, due brevi e due lunghi, una pacchia per chi ama il genere. Poi invitando alla lettura tutti quelli che “io i racconti non li leggo perché non mi danno soddisfazione”. Leggete e poi ne riparliamo.

Il 14 dicembre di 96 anni fa nasceva a Grosseto il bibliotecario più figo della letteratura italiana. Luciano Bianciardi, quello che, dopo gli studi classici, dopo i corsi di violoncello, dopo la laurea in filosofia, nel 1944 si aggregherà a un reparto di soldati inglesi in qualità d’interprete. Quello che, nel giugno del 1954, lascerà la biblioteca ed emigrerà a Milano per lavorare come redattore della casa editrice che stava facendo nascere Giangiacomo Feltrinelli. Bianciardi ci regalerà libri strepitosi, come Il lavoro culturale dl 1957 e La vita agra del 1962, i due libri che lo porteranno alla notorietà. E poi ancora Viaggio in Barberia, Breve storia dei Mille, l’antologia per la scuola media: Pagine e idee e molti altri.