Venti racconti brevissimi (da qui il XX del titolo?) che sembrano incisi col bulino. Non c’è spazio per i dialoghi, non c’è spazio per le sbavature e per le descrizioni troppo lunghe.Venti fotografie che ci troviamo fra le mani come ricordi trovati in una vecchia scatola.Immagini ipnotiche che non vengono ingentilita da alcun filtro. Alla fine di ogni racconto si tira un sospiro di sollievo, si deglutisce e si chiude un attimo gli occhi.

Regalami una tregua, vita mia!
Questo libro è una bomba. Non solo perché è splendido e ricco di spunti di riflessione. Lo è anche perché, come una bomba, esplode senza nessun preavviso, lasciando tutti attoniti. Primo fra tutti Martin Santomé, protagonista e impiegato quasi quarantanovenne in una Montevideo degli anni ’50. Prossimo alla pensione, perché nell’Uruguay di quegli anni la gente andava in pensione all’età di 50 anni, Martin trascorre una vita monotona e in qualche modo rassegnata. Tre figli oramai adulti, una moglie morta quando lui era ancora giovanissimo, un lavoro noioso in una ditta di componenti meccanici. Ogni giorno uguale al precedente. Una vita in accumulo.

La luce resuscitava il giorno, lo faceva apparire in piena notte al semplice contatto di un interruttore. Mi disse che ebbe paura. Mi disse che la prima cosa che pensò fu che la luce elettrica, nonostante spaventasse le ombre, potesse essere pericolosa. Mi disse che la luce elettrica si burlava del tempo e questo nessuno, nemmeno chi aveva la mente illuminata, poteva farlo.
C’è sempre un prima e un dopo. In ogni storia c’è un momento preciso che separa gli accadimenti e li divide come un solco nella terra.

Sganciati da questo amore folle piccolo Romouchka. Scappa. Non fare promesse. Non legarti a doppio filo a questa madre che ti fa alzare gli occhi al cielo e che piange tenendo il tuo viso fra le mani. Non prestarti al ridicolo, quando tua madre racconta di te al mondo come futuro eroe, ambasciatore, scrittore.